#ALIMENTARELACULTURA

11 Dicembre 2018

Business ovvero “good bank”

Ieri passeggiavo per via Ugo Bassi a Bologna.

Per chi la conosce sa anche dei numerosi negozi e megastore che si affacciano all’interno degli alti e splendidi porticati che ti accompagnano nella passeggiata verso le due torri, fino ad arrivare all’affaccio su piazza del Nettuno.

Ieri mattina, dicevo, camminavo e nel mio animo si agitavano pensieri sull’inquinamento spropositato che generiamo con le nostre frenetiche attività economiche e produttive, con l’ansia di denaro che ha ormai conquistato i cuori degli uomini, un’angoscia provocata sia dalla paura, se non dal terrore, della povertà, sia dal sogno (o incubo a seconda di come la si prenda) di “svoltare”, di guadagnare un giorno tanti soldi da non doverci più pensare (peccato che invece più si accumula denaro più ci si pensa, al denaro).

Così il mio sguardo è caduto sulle porte, sui portoni dei negozi che stanno spalancati, ad attrarre possibili clienti (cioè soldi), specialmente in questo periodo pre-natalizio in cui molti sono presi dalla sindrome del consumo, purchessia.

Da queste porte, o portoni, usciva aria calda, caldissima, e dentro ai locali si potevano intravedere commesse e commessi vestiti in magliettine e gilet, neanche fossero in un altro emisfero.

Alla fine proprio non mi sono trattenuto, e affacciandomi all’entrata mi sono rivolto ad uno di questi commessi facendogli notare quanto inquinamento provocavano quelle porte aperte con quel riscaldamento “a palla”.

La reazione era una faccia stupita e in parte infastidita, perché, certo, mica è colpa sua, lui è soltanto un dipendente che, probabilmente con un contratto precarissimo, si guadagna in quel modo da vivere. Che insomma quelle cose io sarei dovuto andarle a dire al direttore. Il quale sicuramente mi avrebbe detto più o meno le stesse parole, e mi avrebbe detto di rivolgermi al suo capo. E sempre più su, fino all’invisibile, all’irraggiungibile. Perché i veri responsabili, visto che quasi tutti obbediscono a qualcuno, sembrano non esserci più. È una catena in cui tutti sono responsabili, e quindi nessuno lo è.

Troppo semplice.

Il fatto è che quasi tutti i giorni possiamo leggere articoloni sui giornali, tutti i mesi si fanno convegni, e tutti gli anni si fanno vertici internazionali (vedi CopN°) in cui si dice che il cambiamento climatico, che l’inquinamento, che il petrolio, che il carbone, etc…

Ma poi la nostra vita quotidiana ci mostra come tutti noi, tutti i giorni, ce ne freghiamo altamente.

E non capiamo una cosa importante.

Fare business, fare soldi e finanche consumare, fregandosene dell’impatto ambientale che genera la propria attività è la stesso modello che distingue “good bank” e “bad bank”, utilizzato quando una banca (cioè un’impresa privata) ha lavorato male, e allora si pensa che, visto che la banca è “sistemica”, sia meglio destinare i profitti restanti alla banca stessa e scaricare i debiti sullo Stato, cioè sui contribuenti, cioè su tutti noi.

Così forse una delle poche azioni che possiamo compiere in questi giorni è semplicemente non entrare nei negozi che tengono le porte spalancate, che sprecano inutilmente energia e combustibile per attrarre clienti gonzi che non capiscono che la “bad bank”, anche in questo caso, sono proprio loro.

In fondo per chi vuole guadagnare fregandosene dell’ambiente, la vita degli altri, forse anche dei suoi figli, non importa nulla.

Guido De Togni


Torna al blog