#ALIMENTARELACULTURA

3 Ottobre 2018

Cosa significa caporale?

Nell’anno mille in Corsica era definito caporale il magistrato responsabile della protezione e della
salvaguardia degli strati poveri della popolazione. Una specie di Capitan America, di Nembo Kid del
periodo. Dalla Corsica per sbarcare in Italia il viaggio è breve. Appena sbarcato in penisola al
termine viene attribuito un altro incarico, dal latino corpus che significa incorporato, arruolato, gli
viene demandato il ruolo di arruolatore. Sembra che il nome derivi dal latino medioevale capora
che significa per l’appunto capo che incorpora. Qui il nome caporale viene identificato con i gradi
dell’esercito. Il caporale nell’eccezione del termine assume quindi il ruolo di graduato che governa
le truppe. Da questo grado derivano principalmente sia il caporal maggiore, che
il  sottocaporale  che, nel 1854 viene ri-denominato appuntato.
Quindi il termine caporale si è spostato agevolmente nei campi, senza neppure togliersi i gradi.
Definire una persona caporale o dedito al caporalato nel linguaggio comune oramai è diventata
una frase a sfondo oltraggioso. Prima incuteva rispetto oggi sembrerebbe creare imbarazzo a chi
la riceve e aureola salvifica a chi la pronuncia. Definire una persona caporale o dedita al caporalato
crea una sensazione strana, si riferisce nel linguaggio comune ad un soggetto sfruttatore, di
persona avvezza a lucrare sulle fatiche altrui.
Si potrebbe tranquillamente paragonare ai bravi dei Promessi Sposi, non militari ma sgherri che si
mettevano al servizio di qualche signorotto locale, di cui formavano una soldataglia pronta a fargli
da guardia del corpo ma anche ad aiutarlo nei suoi soprusi ai danni dei più deboli.
Negli anni ‘80 il caporalato era inteso più come intermediazione tra manovalanza e impresa, erano
quelli si recavano nelle aree interne a raccogliere operai, braccianti a basso costo, per lo più donne
soprattutto nei periodi di raccolta delle fragole o di albicocche. In seguito si è così radicato nel
territorio, complice anche le istituzioni che chiudevano non uno ma due occhi per poter
“permettere” di lavorare a chi ne aveva bisogno (sic!) che è diventata un’organizzazione parallela
alle attività malavitose. Il culmine della loro arroganza oramai “ufficializzata” si ebbe negli anni a
cavallo tra il 1980 e 1985 quando alcuni caporali cercarono di investire con le loro auto, dopo
averli minacciati di morte, un corteo di manifestanti e sindacalisti di Villa Castelli in Puglia. Qualche
giorno dopo, armati di pistole, assaltarono la sede della CGIL e i sindacalisti. Un altro caporale,
prima di suicidarsi, piazzò più di 10 ordigni esplosivi nelle vicinanze di abitazioni di esponenti del
movimento anticaporalato. Con l’arrivo di extracomunitari questo fenomeno ha assunto
dimensioni ragguardevoli contrapponendosi alle leggi dello stato con atti intimidatori o con
coperture politiche che ne salvaguardavano la stessa esistenza. Cambia la figura del caporale, dai
gradi del militare di leva alle facce dei kapò nostrani. I primi reclutavano per la naja i secondi
reclutavano per lavorare nei campi, nelle piazze dei piccoli paesi dell’entroterra lucano, campano,
calabrese fino ai grandi paesi pugliesi. Oggi basta andare nei “supermercati“ delle braccia umane,
non sulle scale delle chiese dove si radunavano i braccianti, ma nei ghetti. Il ghetto è un non luogo
dove si può acquistare lavoro a bassissimo costo e dove magari ti ritrovi caporale uno che prima
era sfruttato che è diventato esso stesso sfruttatore e spesso ha lo stesso colore di pelle dello
schiavizzato. Uno scambio di ruolo ma con l’identico fine che arricchisce i produttori senza
scrupoli. Perché se è vero che vengono sfruttati qualcuno si arricchisce! Si dovrebbe guardare
tutta la filiera del prodotto, con i grossisti che acquistano a buon mercato, con la grande
distribuzione che vende a buon mercato e il povero consumatore che paga salato quello che è
stato schiavizzato. Basterebbe seguire la vera tracciabilità del prodotto che portiamo nelle cucine,
sulle tavole, quella nascosta, quella sommersa, per far capire cosa e chi è diventato oggi il nuovo
caporale!
Federico Valicenti, Cibosofo

Federico Valicenti è  uno chef, uno scrittore, un uomo di teatro, un performer.  La cibosofia è il strumento di indagine, vedere il cibo come un veicolo di cultura e di riscoperta del passato senza mai essere nostalgici ma proiettandolo al futuro. Fondatore e proprietario del ristorante Luna Rossa a Terranova di Pollino,  attraverso i suoi piatti è capace di riattivare la memoria e raccontare il suo territorio, la Lucania, con autenticità.


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