29 Agosto 2018

Della Diciotti, parlo io

Cosa ci ha insegnato la vicenda della nave #Diciotti ?
Ma soprattutto a chi è rivolto questo insegnamento?
Di sicuro a chi era sulla nave!
Certamente a quei ragazzi fuggiti da chissà dove e chissà da cosa, ha lasciato una profonda amarezza.
Si saranno sentiti come quegli anatroccoli brutti e neri che vengono raccontati nelle favole per far addormentare i bambini piccoli e bianchi.
Gli anziani del villaggio, nei loro racconti sotto le stelle, gli avranno detto che dove sarebbero andati avrebbero trovato prati e grandi boschi, laghi e montagne, che si sarebbero sentiti uomini liberi, esseri umani che avrebbero potuto vivere la loro vita, senza che nessuno gli imponesse cosa dire o fare.
Magari la madre avrà detto, come al piccolo anatroccolo: pensate che il mondo sia solo questo?
Il mondo si stende molto lontano, oltre l’Africa; esistono paesi dove si vive bene, dove c’è acqua, luce e soprattutto libertà. Scappando dalla fame e dalle guerre mai avrebbero pensato di diventare un fardello, un problema per la terra tanto desiderata, che avrebbe dovuto accoglierli come figli propri o almeno come temporanei ospiti.
Un proverbio africano dice quando gli elefanti litigano è l’erba ad essere schiacciata.
Avranno avuto sentore di questo?
Non voglio entrare nel merito delle decisioni politiche né tantomeno parteggiare per questo o per quello, ma di sicuro vorrei per un attimo mettermi i vestiti, si fa per dire, di questi ragazzi tenuti fermi per 5 giorni su una nave con la stessa bandiera che vedono sventolare nel porto dove sono attraccati e che non possono scendere ad omaggiare.
Avrei voluto vedere i loro sguardi smarriti chiedere il perché, domandarsi cosa c’entrano loro con tutto questo bailamme, se sono loro la causa o l’effetto di questo corpo a corpo, diplomatico intendo.
Loro che fuggono da uno stato che li vuole servi arrivano nelle democrazie libere occidentali e si sentono prigionieri loro malgrado, di situazioni che di certo non hanno creato, ne desideravano creare.
Sicuramente avrebbero voluto vivere con i loro fratelli, i loro nonni, i loro genitori.
Così come gli emigranti di tutto il mondo. Occhi smarriti che rimandano dopo decine, centinaia di anni, alle stesse immagini di altri popoli che sono fuggiti da situazioni di povertà, di guerra, pieni di lacrime per quello che hanno lasciato e la grande incognita di quello che troveranno.
Magari pensavano durante il tragitto che avrebbero dovuto imparare una nuova lingua, che avrebbero dovuto mangiare prodotti nuovi, che non conoscevano, che avrebbero dovuto
ascoltare parole e abitudini diverse, cercando di fare tutto in una vita, seppure breve.
L’angoscia e la paura le superi soltanto con un’altra paura, quella di non poter vivere a casa tua, spinto da chi ti vuol bene ad andare via, lasciando affetti e cercando di costruirne dei nuovi.
Le emigrazioni non prendono, portano, aprono le porte della cultura, arredano le case con gusti diversi, aboliscono l’omologazione, magari senza volerlo, e abbattono la piatta omogeneità per sentirsi diversi e più liberi di essere.
Pensate se nel 1492, alla Nina, alla Pinta e alla Santa Maria fosse stato vietato l’attracco all’Isola di Guanahanì.


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