Dove e perchè

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L’Italia è il secondo trasformatore e conservatore mondiale di pomodoro dopo gli Stati Uniti, in termini di quantità di prodotti freschi trasformati. Nel 2013 l’industria italiana del pomodoro trasformato ha esportato 1,127 milioni di tonnellate di conserve di pomodoro, per un fatturato di 846 milioni di euro, in un mercato in crescita dell’8,32% in un anno. Ma non è tutto oro quello che luccica.

In Basilicata e in Campania, dove si è scelto di produrre Funky Tomato, come in altre zone del sud Italia, l’intera filiera del pomodoro coinvolge migliaia di agricoltori e un centinaio di stabilimenti di trasformazione, per un giro d’affari annuo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro. Eppure qui, insieme ad altre zone del sud Italia, sono sempre più drammatiche le condizioni dei lavoratori italiani e stranieri.

Da Palazzo San Gervasio e Venosa in Basilicata alla Piana del Sele a Castel Volturno migliaia di braccianti provenienti dall’Africa e dall’Est Europa ripopolano le campagne. Caporalato, pagamento a cottimo (3,5 euro per un cassone di pomodori da 300Kg), irregolarità contrattuali. Queste le forme di reclutamento e di lavoro dei nuovi braccianti.

Le politiche sviluppate a livello internazionale, europeo, nazionale e la strozzatura nei canali di commercializzazione egemonizzati da poche catene della grande distribuzione hanno a lungo ricercato la riduzione dei costi unitari a prezzo della salute, delle condizioni di lavoro e della sostenibilità di lungo periodo. Ciò ha penalizzato le piccole imprese, l’agricoltura contadina e i braccianti. Nonostante il mercato del trasformato sia in espansione, tuttavia negli anni sono stati sempre più bassi i prezzi di acquisto imposti agli agricoltori dall’industria. A ciò si unisce l’aumento dei costi di produzione nonché un’endemica (in)cultura del lavoro e una generale mancanza di organizzazione dello stesso.

A pagare le conseguenze di tutto ciò sono gli agricoltori onesti e i lavoratori – italiani e stranieri – che affollano ogni anno le campagne e sopperiscono, con basse paghe e molte ore di lavoro, alle lacune di un’agricoltura che, in alcune aree, pare essersi fermata all’Ottocento.

Negli ultimi anni sembra tuttavia essere aumentata la consapevolezza dell’importante contributo che l’agricoltura può dare alla formazione di cultura e cibo di qualità, nonché di occupazione. Un’agricoltura diversificata, contrattualmente forte, consapevole delle proprie connessioni con il paesaggio e l’ambiente, attenta al rapporto con il lavoro e capace di attrarre giovani. Funky Tomato nasce anche da questo.

Per maggiori informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro dei migranti in agricoltura, puoi consultare:

Rapporto Terraingiusta di Medici per i Diritti Umani

Gli approfondimenti di TerreLibere

La denuncia della Campagna #FilieraSporca