#ALIMENTARELACULTURA

17 Gennaio 2019

Il caporalato è morto. Viva il caporalato

Non siamo in agosto ma in pieno gennaio, e anche oggi, come durante tutto l’anno, il lavoro della terra non si ferma, e lo sfruttamento nei campi nemmeno.

Ma prima di dire qualsiasi altra cosa, una dev’essere chiara: i contadini, gli agricoltori e anche parte dell’industria di trasformazione sono coloro che si prendono cura della terra e dei suoi frutti. Certo è il loro lavoro ma anche qualcosa di più: è una relazione vitale con la natura e con il territorio.

Poi c’ è l’agroindustria transnazionale, che del territorio e della natura se ne frega e li sfrutta scaricando i costi sulle comunità e sui più deboli, tra cui naturalmente ci sono i braccianti, ma anche gli stessi agricoltori.

C’è chi cede al potere sovrastante di questi colossi e si inserisce nel processo di sfruttamento per ritagliarsi la sua piccola fetta (il più delle volte proprio le briciole), e chi invece tiene duro e cerca incessantemente modelli alternativi, consapevole del fatto che lasciare il campo (di battaglia) significherebbe la rovina del suo territorio, dell’ambiente dove è nato e dove vive tutti i giorni.

È in quest’ottica che si deve guardare all’ennesima notizia sullo sfruttamento seriale dei braccianti, che siano migranti o italiani, africani o europei.

Stamattina nell’agropontino in provincia di Latina sono stati arrestati sei italiani in un’inchiesta che ha coinvolto anche un sindacalista e un ispettore del lavoro accusato di corruzione. La Agri Amici Società Cooperativa di Sezze fungeva da copertura giuridica di una vera e propria centrale di reclutamento e sfruttamento dei braccianti, il cui numero si conta in centinaia, e tra cui sono coinvolti sia nord-africani (cosiddetti migranti) sia rumeni (cioè cittadini europei).

E anche questo è un punto interessante. La retorica della comunicazione generalista vuole che il problema del caporalato e dello sfruttamento sui campi sia riferito solo ai migranti africani e non, quando invece chiunque frequenti le campagne italiane, dal Piemonte alla Sicilia, sa bene che i braccianti sfruttati sono anche italiani e cittadini europei di altri paesi.

Il problema dunque è lo sfruttamento dei deboli, di coloro che sono più racattabili in quanto sono sprovvisti di qualsiasi protezione e tutela dei loro diritti. Essi non hanno un preciso colore di pelle o una particolare nazionalità. È gente sfruttata. Punto.

Nella foga legalista di questi tempi la legge 199/2016 che contrasta il fenomeno del caporalato vorrebbe essere lo strumento risolutivo del problema, la panacea dello sfruttamento in agricoltura, ma solo uno sciocco può effettivamente pensare che sia così.

(ulteriore conferma il fatto che il Tavolo Interistituzionale sul caporalato non si riunisce dal 3 settembre scorso, all’indomani della morte dei 16 braccianti sulla strada per Foggia)

Ci sarà qualche arresto, qualche indagine, ma lo sfruttamento nei campi continuerà.

Anche la legge 646/1982, detta legge “La Torre”, che inserì nell’ordinamento il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, non è stata minimamente sufficiente per sconfiggere le organizzazioni criminali. Queste ancora oggi prolificano e sono più forti e potenti di prima.

Il vero problema è infatti culturale.

Senza la produzione e la diffusione di una cultura di trasparenza, di onestà, di inclusione e di cooperazione effettiva, senza la presa in cura della terra e della sua bellezza, allora le cose andranno avanti così come le vediamo oggi, e in ogni ambito della nostra vita continueremo a osservare gli sfruttatori che fuggono con il bottino, lasciandosi dietro le macerie, la nostra rabbia e la nostra rassegnazione.

Questa cultura è alimentata dal lavoro di artisti, giornalisti, scrittori e ricercatori, ma anche da ognuno di noi quando è in casa, tra gli amici o con i colleghi di lavoro.

Dobbiamo ricordarci che “non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri nipoti”, e agire di conseguenza.

Guido De Togni


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