30 Settembre 2018

Telecucina

La cucina oramai ha invaso i palinsesti delle televisioni.
Appena cambi canale ti ritrovi lo chef più o meno famoso non in una cucina ma in mezzo
al mare, magari a parlare di un pesce non sfilettato, che si e no avrà visto intero una
mezza volta in vita sua, come se quel mare gli appartenesse.
Dal nero schermo ti vedi apparire all’improvviso il maestro pasticciere che stava chiuso nel
suo laboratorio che superato indenne il tubo catodico si ritrova all’improvviso in HD.
Ed in mezzo a mucche zittite, di capre sbiadite, ti trovi l’allevatore in camice bianco, senza
la cacca alle scarpe, agricoltori senza calli, vignaioli astemi.
Si tutto questo è oggi la cucina che in televisione vedi ma non senti, assemblaggio di cose
senza anima, senza profumi, senza odori e sapori.
Ho visto chef spruzzare odori di cannella, di rosmarino, di frutti attraverso bombolette
spray. Ho visto cose che voi umani nemmeno immaginate!
Creme di cioccolato in tubetti, polveri pronti a diventare ghiaccia reale, pizze auto lievitanti,
pane senza grano, mozzarelle senza latte, tuorli d’uovo in polvere.
L’eccesso di cucina in televisione soffoca la sua cultura invece di esserne foriera.
Ma perché questo rincorrere i programmi di cucina, questo bulimico zapping tra
programmi, questo voyeurismo del piacere che altri producono?
Nessuno ha più tempo per cucinare e cosi diventa semplice vederlo fare, giudicare senza
assaggiare.
Chissà quanti salti di gioia, e quante piroette farebbe Marinetti (non il quasi omonimo
Farinetti anche se potrebbe sembrare più logico ed aderente) se potesse essere presente
alla negazione degli stili di cucina del passato per proiettarsi nelle televisive cucine del
presente e chissà in cosa del futuro.
Era il 28 dicembre del 1930 quando Filippo Tommaso Marinetti fece pubblicare sul
giornale torinese “La Gazzetta del Popolo” il suo manifesto della cucina futurista. E forse
mai avrebbe pensato di veder realizzato il suo paradosso onirico che pretendeva
l’integrazione dei cibi con additivi chimici, con conservanti, con polveri tritate o
emulsionate, aderendo al dinamismo che non ti fa possedere il tempo per la cucina, della
vita moderna.
Il suo mèntore, il cuoco precursore della cucina futurista, il francese Jules Maincave, nel
1914 molto annoiato dai metodi antichi delle mescolanze,” monotone sino alla stupidità”,
inizia a presentare ricette che accostano elementi ed alimenti separati solo da pregiudizi
gastronomici.
Ed ecco allora preparare filetti di montone serviti con salse di gamberi, polpette di carni
spalmate di miele, formaggi e frutta assieme, pesce affumicato e mousse di fragole, risotti
alle arance, per finire alla italianizzazione di termini in uso, e diventa simpatico oltre che
allegro sapere che i futuristi chiamavano il cocktail "polibibita", che il bar veniva chiamato
“quisibeve” che un sandwich non era nient’altro "traidue", e che invece di fare il pic nic si
faceva “unpranzoalsole”.
Potere della carta stampata a quei tempi, della rete oggi.

Federico Valicenti, Cibosofo

 

Federico Valicenti è  uno chef, uno scrittore, un uomo di teatro, un performer.  La cibosofia è il strumento di indagine, vedere il cibo come un veicolo di cultura e di riscoperta del passato senza mai essere nostalgici ma proiettandolo al futuro. Fondatore e proprietario del ristorante Luna Rossa a Terranova di Pollino,  attraverso i suoi piatti è capace di riattivare la memoria e raccontare il suo territorio, la Lucania, con autenticità.


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