28 Novembre 2018

Viaggio a Scampia

Entrare nell’hinterland napoletano, approdare a Scampia non è una cosa normale!

No, non lo è! E’ inutile raccontarsi frottole.

Una persona che vive in un contesto “normale”, da cittadino borghese, anche se non ha vissuto in periferie metropolitane ma in piccoli paesi dove il concetto stesso di periferia non ha senso, sa che non è facile entrare mentalmente, culturalmente, in luoghi come Scampia.

Anche se ha vissuto in città, piene di persone e di servizi, cattivi ma che esistono, non può affermare che conosce questi quartieri e nemmeno che conosca la vita della gente che ci vive.

Entrare a Scampia e sentirti lo stomaco attorcigliarsi, chiedersi ma che ci faccio? Sentire di avere paura di qualcosa che non capisci, non comprendi, non conosci.

Questi enormi caseggiati, le famose vele dal vivo, fuori da una fiction che ha dato valore ad un atteggiamento negativo, che ha costruito la fortuna di pochi sulla pelle, sulla storia di molti.

Non è normale.

Quando entri dentro questi luoghi, li sfiori soltanto, devi stare attento al pensiero retorico piccolo borghese che inizia ad assalirti. Noi non potremo mai capire cosa veramente significhi vivere queste realtà.

Troppo pieni di fiction e di libri pensiamo di aver interpretato un fenomeno e che possiamo ergerci a giudici inquisitori o assolutori.

Ascoltare le parole di chi ci vive e cerca di viverci al meglio, ascoltare le storie di ognuno che ad ogni parola, ad ogni gesto ti fa scorrere un brivido lunga la schiena, dove cerchi di capire cosa intende dire il tuo interlocutore, il narrante, dove metabolizzi le sue parole e cerchi di trovare all’interno di queste una scusante intrisa di un misto di rivendicazione e rassegnazione.

All’interno dell’Officina delle Culture “Gelsomina Verde“  non le trovi, non ci sono questi aggettivi nei loro ragionamenti, non li trovi, senti solo ed esclusivamente parole che ti indicano una sola strada, un solo desiderio, una sola richiesta: dignità!

Non compatimento, non riscatto, non sudditanza, non solidarietà, non benevolenza, non sussidiarietà, facili parole dette da troppi, da tanti personaggi che vorrebbero scrollarsi di dosso la cappa che imprigiona le loro menti, che li omogeneizza nel pensiero rivoluzionario di dare una mano a chi cerca riscatto, senza chiedersi cosa veramente voglia, quale potrebbe essere il suo progetto di vita, se ne esiste uno.

Alla mia retorica domanda: ma lo Stato, le istituzioni vi supportano o vi sopportano?

Un sorriso, una non risposta e capisci che non esiste né l’una né l’altra cosa.

Il racconto si fa pesante, è un addensarsi di emozioni, di violenza!

La narrazione della storia di Gelsomina Verde riempie lo spazio vuoto, senza tetto, in cui le parole sono scudisciate al perbenismo che ha paura, si rifiuta, di definirla vittima di mafia!

La conquista di questo piccolo pezzo di Scampia, il luogo di spaccio e di morte si trasforma in Bastiglia, dove all’interno si muovono persone animate da interpretazioni diverse da quelli che vivono salotti e studi televisivi, da fiction e facili parole gettate su carte stampate.

12000 persone hanno dato l’assalto senza violenza a questo fortino della camorra, luogo di spaccio e di morte.

Hanno riempito 3 bidoni di siringhe, hanno tolto le pietre da terra e le hanno messe al muro, hanno fatto opere d’arte con i mattoni calpestati dalla camorra, hanno tolto le serrande della illegalità e ridato cultura alle stanze, hanno tolto la violenza dai cuori dei ragazzi e l’hanno trasformata in ribellione verso chi li voleva morti viventi.

Hanno trasformato il luogo di macelleria di carne umana in storie di commercio e riscatto sociale.

Non è importante se lo Stato, le Istituzioni ci sono, l’importante è che loro oggi siano protagonisti di se stessi, della loro affermazione come uomini e donne liberi e uguali.

Non vedo rabbia, né rassegnazione nei loro volti, non sento urla di vendetta o richieste di patiboli dalla loro bocca, ma raccolgo pensieri che si tramutano in parole che chiedono solo di essere protagoniste della loro identità.

Federico Valicenti, cibosofo

 

 

 

 

 


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